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15 marzo 2006

Viva la mamma

 
Considerazioni di Eliana Acito

Vorrei partire da quanto esposto dal Ministro Maroni nella presentazione del c.d. Libro Bianco, documento sul mercato del lavoro, redatto nel 2001 da un gruppo operativo diretto da Marco Biagi e Maurizio Sacconi, che si proponeva di fare un quadro del mercato del lavoro in Italia, sulla cui base avanzare delle proposte al fine di migliorare la situazione economica e lavorativa del nostro Paese; proposte che sarebbero dovute convergere in un testo normativo.
Nella presentazione di Maroni si fa riferimento a quanto stabilito dal Consiglio Europeo di Lisbona e dal successivo Consiglio Europeo di Stoccolma, ovvero “al proposito che l’Europa consegua, in questo decennio, una crescita economica sostenibile, capace di garantire una crescita sostanziale del tasso di occupazione, di migliorare la qualità del lavoro e di ottenere una più solida coesione sociale”. L’Italia, in particolare, ha molte ragioni per raccogliere questa sfida (scrive lo stesso Maroni); perché l’Italia è il Paese europeo con il più basso tasso di occupazione generale e giovanile, nonché femminile, in particolare; è il Paese europeo con il più alto tasso di disoccupazione di lungo periodo e con il più marcato divario tra il nord ed il Mezzogiorno del Paese.

Il Governo Berlusconi sostiene di aver introdotto la c.d. STRATEGIA EUROPEA dell’occupazione (che si basa su quattro pilastri: OCCUPABILITA’; IMPRENDITORIALITA’; ADATTABILITA’; PARI OPPORTUNITA’), alla quale, in effetti, si ispira pienamente il Libro Bianco, ed a cui si sarebbero dovute ispirare la legge delega n. 30/2003 ed il successivo d. lgs. n. 276/2003, c.d. Legge Biagi, attraverso il raggiungimento di sei obiettivi:

1. la creazione di un mercato del lavoro trasparente ed efficiente

2. la messa in atto di una strategia coordinata, volta a contrastare i fattori di debolezza strutturale dell’economia italiana: disoccupazione giovanile, disoccupazione di lungo periodo, concentrazione di questi due fattori nel Mezzogiorno, scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro

3. introduzione di nuove tipologie contrattuali, utili ad adattare l’organizzazione del lavoro ai mutamenti dell’economia

4. perseguimento di una politica del lavoro volta a favorire categorie svantaggiate

5. affermazione di un maggiore ruolo delle organizzazioni di tutela e rappresentanza

6. introduzione di forme di flessibilità regolata e contrattata con il sindacato

Dispiace a tutti che nella c.d. Legge Biagi (che preferisco chiamare d. lgs. 276/2003, poiché lontanissimo dagli intenti dello stesso Biagi) questi sei obiettivi non siano stati rispettati, pur essendo contemplati nel Libro Bianco, ma prima ancora a livello europeo, come lo stesso Maroni dice nella presentazione del Libro Bianco.
La FLESSIBILITA’ di cui parlava Biagi era quella flessibilità consistente nell’adeguamento dei rapporti di lavoro all’evoluzione del mercato e dell’organizzazione del lavoro, senza “impiccare”, però, i diritti dei lavoratori.
La FLESSIBILITA’ di cui parlava Biagi, si sarebbe dovuta muovere parallelamente alla SICUREZZA, così come auspicato a livello europeo. Tanto è vero che, tra i lavoristi, in Europa, si parla di flexicurity, ossia flessibilità più sicurezza: la flessibilità del lavoro, insieme alla sicurezza di un impiego con strumenti di protezione sociale.
Biagi auspicava interventi correttivi per eliminare quegli ostacoli normativi che rendono complicato l’utilizzo di quelle tipologie contrattuali flessibili, atipiche; non voleva certo che queste, con abusi frodatori, si sostituissero definitivamente ai normali rapporti di lavoro, quelli tipici. Voleva una flessibilità moderna, costruttiva, non distruttiva.
FLESSIBILITA’ che segnasse un percorso normativo fatto di cicli, in cui si possono alternare fasi di lavoro dipendente ed autonomo, in ipotesi, intervallati da periodi di formazione e riqualificazione professionale. Insomma, un sistema di welfare promozionale, capace di rispondere alla sostanziale precarietà del rapporto di lavoro, attraverso nuovi ammortizzatori sociali, tali da garantire un’indennità nelle situazioni di disoccupazione involontaria e capace, contemporaneamente, di orientare i lavoratori in un percorso continuativo di formazione, così da introdurre un processo di valorizzazione del lavoro e delle professioni.

Oggi, in Italia, grazie a questo Governo, la flessibilità significa solo PRECARIETA’ ed assoluta mancanza di tutela e di sicurezza. Con la legge Biagi (che Biagi non avrebbe mai appoggiato) è stato creato semplicemente uno strumento che permette agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro, purtroppo, però, senza degli strumenti di garanzia per il lavoratore.
Strumenti che evitino l’utilizzo improprio del lavoro atipico, in funzione elusiva e frodatoria della legislazione posta a tutela del lavoro subordinato, il che non fa altro che accrescere il senso di insicurezza e di incertezza sul futuro, soprattutto nei giovani, in particolar modo del Mezzogiorno, che già hanno un approccio col mondo del lavoro molto differito nel tempo e che certo non sono confortati dall’essere precarizzati a vita, oltre che sottopagati.
Uno dei “mostri giuridici” partoriti da questa legge è il contratto di collaborazione a progetto, alternativa alle vecchie co.co.co. Queste, infatti, giunte a naturale scadenza, non possono essere prorogate, e nel caso in cui si voglia mantenere il rapporto di lavoro, ci sono varie strade possibili. Si potrebbe decidere di instaurare un rapporto di lavoro subordinato, ma
se ciò non rispecchia la volontà, soprattutto del datore di lavoro, la alternative possibili sono tre:

- l’associazione in partecipazione, consistente nell’attribuzione all’associato (lavoratore) di una partecipazione agli utili dell’impresa, o di uno o più affari, verso il corrispettivo di un determinato apporto (ovvero la prestazione lavorativa);

- il contratto d’opera, ovvero un rapporto di lavoro totalmente autonomo, con apertura di partita I.V.A. da parte del lavoratore;

- ed infine, il contratto di lavoro a progetto, che origina un rapporto di lavoro parasubordinato, ossia a metà tra il dipendente e l’autonomo, consistente in una collaborazione avente tre requisiti essenziali: autonomia del collaboratore nello svolgimento dell’attività; coordinamento del committente; irrilevanza del tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione. Tutto al fine di portare a compimento un  progetto, o un programma di lavoro o una fase di esso, nell’interesse del datore.
E’ stato calcolato che il contratto a progetto costo al datore di lavoro il 50% in meno rispetto ad un normale contratto di lavoro subordinato.

Questo andrebbe anche bene se non fosse il lavoratore a pagare il prezzo di questi vantaggi per il datore di lavoro; ed infatti:

1)dal punto di vista degli oneri contributivi, è prevista la normale contribuzione INPS ed INAIL, che non sarà, come normalmente avviene, totalmente a carico del datore, bensì sarà per 1/3 a carico del lavoratore;

2)non sono previsti accantonamenti mensili ai fini del TFR;

3)non sono previsti ferie e permessi, quindi, in caso di assenza, non si percepisce alcun corrispettivo;

4)ma ciò che è più grave è che anche in caso di gravidanza, malattia o infortunio del collaboratore a progetto, non è prevista l’erogazione di alcun corrispettivo: in questi casi, dice l’art. 66 del d.lgs. 276/2003 (quasi come se esponesse qualcosa di estremamente favorevole al lavoratore!), il rapporto contrattuale non si estingue, ma rimane sospeso. Tale sospensione non comporta però una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza naturale;

5)ovviamente (ma è il minimo) non sono previste 13^ e 14^ mensilità.

A questo punto, quale sarà il datore di lavoro che preferirà instaurare con il lavoratore un normale rapporto di lavoro subordinato, se con il contratto a progetto è possibile risparmiare fino al 50% sul costo del lavoro? NESSUNO.
Sarà facilissimo eludere e frodare la normativa a tutela del lavoro subordinato, atteso che,invece di introdurre limiti (e controlli) a contratti atipici del genere, che si sarebbero dovuti distinguere per il carattere di eccezionalità, questo Governo ha pensato bene, contrariamente a quanto preannunciato nel Libro Bianco, di stabilire che la tipologia di attività svolta non limita le co.co.co. che si possono convertire: non è stato introdotto alcun vincolo alla praticabilità di rapporti precari di questo genere.
Anzi, in base alle indicazioni ministeriali interpretative del lavoro a progetto, lo spazio operativo appare dilatatosi fino a comprendere ogni tipologia di rapporto per qualsiasi attività, con la sola condizione dell’autonomia del lavoratore nella gestione dell’attività: unica copertura affinché non assuma le caratteristiche del lavoro subordinato!
Il requisito del progetto, programma di lavoro o fase di esso, che dovrebbe essere un requisito fondamentale, secondo l’interpretazione ministeriale è, invece, una mera modalità organizzativa della prestazione, che può riferirsi a qualsiasi tipo di lavoro.

Il legislatore, in merito, è apparso distratto poiché ha dimenticato di fornire una definizione di progetto. Il problema (guarda caso!) è stato risolto in via interpretativa dal Ministro Maroni, che ha dato una definizione molto ampia di progetto, includendovi qualunque attività produttiva ben identificabile e collegabile ad un risultato finale, che può essere connessa all’attività principale e che è individuata dal committente INSINDACABILMENTE.
Ergo. Qualunque attività potrà essere alla base di un contratto a progetto, contravvenendo in questo modo alla stessa ratio originaria del lavoro a progetto, ratio che si sarebbe dovuta individuare nella possibilità di introdurre nell’organico dell’azienda, una professionalità che normalmente non ne farebbe parte, al fine di portare avanti un progetto utile per l’imprenditore, solo in quel momento, perché non rientrante nella normale attività dell’impresa.
Un’altra contraddizione del lavoro a progetto è insita nel fatto che il progetto dovrebbe essere svolto in autonomia dal collaboratore, con il semplice coordinamento del datore. Il Ministero interpreta il requisito del coordinamento, però, nel senso che il datore di lavoro può decidere i tempi di lavoro e le modalità di esecuzione del progetto o programma. In sostanza può decidere tutto!

Quindi, ci chiediamo, dov’è l’autonomia che lo contraddistinguerebbe dal lavoro dipendente? Non c’è! Tutto ciò serve solo per travestire un normale rapporto di lavoro subordinato in lavoro a progetto, facendo risparmiare al datore sul costo del lavoro  in danno dei diritti dei lavoratori!
Cade, quindi, il carattere di eccezionalità di tali contratti e ciò è maggiormente percepibile dal punto di vista della loro durata, poiché in fase di creazione della legge si era parlato di un limite alla validità temporale dei nuovi rapporti di collaborazione; ciò è vero solo in parte, perché se si sceglie un progetto questo termina col raggiungimento di un risultato, se si sceglie un programma (cioè una parte di progetto), la durata dipenderà dalla persistenza dell’interesse del datore di lavoro alla continuazione dell’attività. Anche ciò permette di superare con un bel dribbling l’assunzione con contratto di lavoro subordinato.
Quello del contratto a progetto è solo uno dei tanti strumenti che questo Governo ha approntato in danno dei lavoratori per favorire la classe imprenditoriale, dimostrando l’incapacità di promuovere entrambe le parti per raggiungere una maggiore coesione sociale, riportandoci con un’involuzione ai tempi del(l’inutile e anacronistico) dualismo tra proletari e capitalisti.

Noi che facciamo parte della generazione low cost, siamo sicuramente pronti ad accettare le nuove regole del mercato del lavoro, il dinamismo e la flessibilità. Il problema è che, come ha detto Vladimir Spidle, commissario dell’occupazione dell’Unione Europea, c’è bisogno di flessibilità più sicurezza: flessibilità più strumenti di protezione sociale.
Secondo tale politica si deve proteggere più la persona che il posto di lavoro, aggiungendo nuove forme di sicurezza in uno scenario di aumentata precarietà.
Ai giovani low cost, oggi, non vengono concessi mutui in banca, perché non hanno sufficienti garanzie da offrire, non perché, come dice il nostro Presidente (ormai per poco) del Consiglio, non si presentano in banca “in giacca e cravatta”.
A questo punto diciamo “VIVA LA MAMMA” perché noi giovani low cost, soprattutto noi del sud, che incontriamo per la prima volta il mondo del lavoro attraverso queste forme di precarietà, con lavori a tempo determinato, o a progetto, interinali, viviamo situazioni che non ci permettono una rapida uscita dall’alveo familiare, e se non scegliamo di essere indipendenti, certo non è perché, come ha detto sempre il nostro Berluska, le mamme del sud cucinano bene!

Eliana Acito – Sg Bernalda      





permalink | inviato da il 15/3/2006 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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